lunedì 15 aprile 2013

una rete educativa per rispondere alla società diseducante



Riporto il testo del mio intervento al Convegno sui 20 anni di Cam, che si è tenuto ad Alba il 12 e 13 aprile 2013

Una crisi culturale può dirsi davvero pesante quando, per tenere lo sguardo al futuro, ci scopriamo a guardare in continuazione al passato: Don Milani, Danilo Dolci, Gianni Rodari, Loris Malaguzzi, Mario Lodi e molti altri continuano ad essere la guida di chi, come me e come molti dei presenti in sala, costruisce tutti i giorni contesti educativi e di promozione sociale, cercando di rafforzare e trasmettere l'eredità culturale di questi grandi maestri, avendo però sempre la sensazione di non riuscire a trovare una strada che possa avere, per questa società, la forza di cambiamento di una Lettera ad una professoressa, o di una Grammatica della fantasia.

Del resto, la crisi culturale ed educativa di questo paese sta toccando i massimi storici: anche senza scomodare i sempre utili ed emblematici dati sugli investimenti sempre più scarsi sui settori scuola, welfare, arte e cultura, è la quotidianità di noi educatori, pedagogisti, insegnanti, ma anche genitori, a riportarci continuamente e con forza alla realtà di un paese educativamente allo sfascio.

Rispetto alla generazione del dopoguerra, chi lavora oggi nel mondo dell'educazione,  opera all'interno di una società diseducante, in cui i bambini e gli adolescenti ricevono continui impulsi e rinforzi ai lati più egoisti, autoreferenziali, narcisisti e violenti del proprio carattere.
Quando Gianni Rodari immaginò la Grammatica della fantasia, ad esempio, la scuola non sembrava riuscire a farsi carico delle esigenze di una società che chiedeva di più: più libertà di pensiero, più creatività, più confronto, più cultura. Rodari quindi, nello scrivere il suo capolavoro pedagogico, si fa portavoce di un'esigenza sociale, costruendo gli strumenti teorici per tutti quelli che ne avessero voluto raccogliere le suggestioni, all'interno e all'esterno della scuola.
Di Don Milani, Rodari, Dolci, ognuno a suo modo, possiamo quindi dire che abbiano dato gambe e pensiero ad esigenze che almeno una parte della società riteneva importanti per i propri figli.
Quaranta, cinquant'anni dopo, la società è diametralmente cambiata: l'orizzonte educativo della collaborazione, della crescita culturale, dell'ascensore sociale, della battaglia per i diritti, dell'accesso all'alfabetizzazione, dell'uguaglianza non è più riconosciuto come un'esigenza sociale.
La trasformazione, legata a doppio filo con il liberismo economico, che ha ridotto l'educazione da diritto a servizio, ha cancellato di fatto il ruolo sociale degli educatori (intesi in senso lato, dagli insegnanti ai genitori), trasformandoli in prestatori d'opera che devono “costruire” nuove generazioni adatte a rispondere alle esigenze della società: futuri consumatori, futuri benestanti, futuri ingegneri, futuri cardiochirurghi.
Non ho usato il termine “costruire” a caso: si forma quando non si sa quale sarà il risultato del proprio lavoro educativo, si costruisce quando si sa già dove si vuole arrivare, come un mobile ikea dotato di istruzioni immodificabili.
Un'educazione, quindi, dall'obiettivo preciso, concentrato sul singolo e dall'orizzonte sempre più limitato.
Non abbiamo quindi più grandi masse di persone che chiedono un riconoscimento e una proposta che vada a rinforzare i propri diritti, in generale, e a costruire, in particolare, un contesto educativo in cui ai propri figli sia permesso crescere, ma assistiamo alla singola richiesta di fornitura di servizi, a cui sembra difficile, se non impossibile, rispondere con una proposta dal coraggioso orizzonte educativo.

Diceva il grande pedagogista brasiliano Paulo Freire che “Un maestro senza giusta rabbia è solo un notaio dello status quo”.
Ecco: la grande battaglia degli educatori, in questa società diseducante, è quella di rifiutarsi di diventare notai dello status quo e fornitori di educazione on demand.
Ruolo difficile, questo, proprio perché molti degli agenti educativi classici, sempre di più, invece, accettano o addirittura teorizzano questo legame consumista con i bambini e soprattutto con i loro genitori: le scuole private e ancora di più i corsi di recupero privati come il Cepu o i suoi omologhi; la televisione, che non è più contenitore culturale, ma esclusivamente venditore di spazi pubblicitari; le scuole pubbliche schiave di un pof costruito per strizzare l'occhio alle ansie delle famiglie.
In questo, gli amministratori locali hanno una grande responsabilità, se decidono di sostenere – a fronte della spending review – contesti educativi ad accesso libero come i vostri CAM.

Perché  bisogna essere capaci di non lasciarsi abbattere dal contesto difficile: educatori, pedagogisti, insegnanti, scrittori, intellettuali, preti coraggiosi ne abbiamo ancora, e lottano tutti i giorni per conservare quel barlume di orizzonte educativo che possa insegnare ai bambini le regole del conflitto, il confronto con gli altri, la passione per la curiosità, l'esercizio della critica, l'espressione del proprio pensiero.
Ma, escludendo alcuni, purtroppo rari, presidi sociali, con chi possono allearsi, questi Don Chisciotte dell'educazione, per cercare di formare ancora nuovi cittadini liberi, capaci di pensare, di criticare, di costruire, di inventare, di relazionarsi con gli altri, di opporsi alle brutalità delle guerre e del razzismo?
Apparentemente con nessuno.
Non con gli enti pubblici, devastati da una politica dei tagli alla spesa pubblica, che mette anche gli amministratori più volenterosi – e non sono molti - di fronte al diktat dell'offerta al ribasso, impedendo di fatto un investimento serio sulla formazione.
Non con l'opinione pubblica, i cui malumori superficiali vengono sfruttati ad arte dai media, per creare una patina che rende sempre più difficile raccontare e far comprendere i processi più lunghi, più lenti e più complicati, come sono sempre quelli educativi.
Non con le famiglie, terrorizzate da una crisi che mette in serissimo pericolo il futuro dei loro figli, spingendole a radicarsi nella ricerca delle competenze ( il corso di inglese a tre anni, l'allenamento tre volte a settimana, le ripetizioni fin dalle elementari) a fronte di un disagio economico sempre maggiore in cui le offerte gratuite sembrano non corrispondere mai alle esigenze percepite.
Non con la scuola, strutturalmente inadeguata a rispondere alle sfide della contemporaneità e a cui, i tagli, hanno impedito i pochi miglioramenti che l'autonomia avrebbe dovuto comportare.

Credo quindi che la risposta possa essere solo quella di costruire delle reti, di cui facciano parte quegli enti, quelle scuole, quei singoli che ancora resistono ai diktat economici e alla crisi.
Reti di confronto e di supporto, reti di educazione, contesti che non solo teorizzino, ma mettano in pratica il fatto che crescere un figlio non è come costruire un mobile ikea.
Reti, quindi, che non condividano solo il fine (l’educazione), ma anche un metodo.
L'educazione è confronto, è scoperta, è possibilità di sbagliare e di correggersi, è la frequentazione di persone che non ci somigliano, è perdere tempo, è annoiarsi.
Servono reti che siano sponda di quei genitori che sentono di non fare il bene dei propri figli, iscrivendoli a nuoto, tennis, inglese, teatro e decoupage ma che sono a loro volta immersi in un contesto che li fa sentire in colpa, per questo, un contesto che suggerisce che un bambino che gioca sta, di fatto, perdendo tempo.
Reti che accolgano tutti quelli che fanno educazione, e non contenimento, che  siano  spazi di confronto e di crescita per gli adulti, ancora prima che per i bambini.
Spazi di resistenza democratica, in cui si possano riconoscere tutti quelli che si ostinano a creare contesti educativi basati sulle regole condivise, sull'accoglienza, sul confronto, sull'esercizio di critica, sul gioco e sullo scambio, perché è in questi contesti che i bambini crescono per come sono e non per come noi vorremmo che fossero.
Reti che non solo difendano l’esistente, soprattutto quando l’esistente è prezioso e di qualità, ma che abbiano il coraggio dell’analisi sociale e della proposta educativa: il mondo è cambiato, e in peggio: noi abbiamo il dovere di non restare fermi.

Spero che nei prossimi anni, Arci  - che è l'associazione per la quale lavoro e che è da anni il contenitore delle mie sperimentazioni educative – possa essere uno dei soggetti di questa rete di resistenza democratica ed educativa.
Lo spero perché è in gioco non soltanto, come si sente spesso dire, il futuro dei nostri figli, ma il concetto stesso di democrazia e di cittadinanza: una generazione a cui non è concesso di sperimentare la democrazia – che è fatta di confronto, di scontro, di conflitto, di pazienza, di cultura, di ragionamento e di prove ed errori - neanche nella mezz'ora di ricreazione del mattino, infatti, non sarà mai una generazione capace di conservare e far evolvere lo Stato in cui abita.

Come ha scritto recentemente Bruno Tognolini, che non a caso è considerato l'unico vero erede di Gianni Rodari, per le sue meravigliose filastrocche:


Gli abbiamo detto che la rabbia non è bene
Bisogna vincerla, bisogna fare pace
Ma che essere cattivi poi conviene
Più si grida, più si offende e più si piace
Gli abbiamo detto che bisogna andare a scuola
E che la scuola com'è non serve a niente
Gli abbiamo detto che la legge è una sola
Ma che le scappatoie sono tante
Gli abbiamo detto che tutto è intorno a loro
La vita è adesso, basta allungar la mano
Gli abbiamo detto che non c'è più lavoro
E quella mano la allungheranno invano
Gli abbiamo detto che se hai un capo griffato
Puoi baciare maschi e femmine a piacere
Gli abbiamo detto che se non sei sposato
Ci son diritti di cui non puoi godere
Gli abbiamo detto che l'aria è avvelenata
Perché tutti vanno in macchina al lavoro
Ma che la società sarà salvata
Se compreranno macchine anche loro
Gli abbiamo detto tutto, hanno capito tutto
Che il nostro mondo è splendido
Che il loro mondo è brutto
Bene: non c’è bisogno di indovini
Per sapere che arriverà il futuro
Speriamo che la rabbia dei bambini

Non ci presenti un conto troppo duro

martedì 23 ottobre 2012

Non ci ha fatto ridere




Per parlare della Ministro Fornero non basterebbe un post.
Ma per dire che la sua uscita sui giovani "Choosy", oltre che un'offesa è anche una minchiata, bastano poche righe.
Il focus del problema è nella richiesta di titoli di studio.
L'uscita della Fornero potrebbe, forse, avere un senso se stessimo parlando dei giovani non scolarizzati. I ragazzi con il diploma di terza media a 16 anni, quelli che faticano a comprendere il significato di un articolo, che non hanno mai letto un libro, che crescono e frequentano contesti di semianalfabetismo. Per questi ragazzi, questo Stato, invece di blaterare inutilmente, dovrebbe avviare seri programmi di lotta all'analfabetismo e alla dispersione scolastica, dovrebbe formare i professori, dovrebbe strutturare una scuola basata sulla crescita e non sulla selezione orizzontale, quella in cui si salva solo chi già sa.
Detto questo.
Detto questo, se - anche senza i programmi di lotta alla dispersione scolastica - questo governo mi viene a dire che un ragazzo con la terza media non deve aspettarsi di poter scegliere il lavoro dei suoi sogni, io questo è un discorso che capisco. E che, se fosse applicato, avrebbe anche forse il significato profondo di incentivare lo studio: Guarda che se non studi, poi ti becchi i lavori faticosi, quelli sporchi, quelli sottopagati.
Ma il problema, e mi stupisce che nessuno lo faccia presente al Ministro, è che qui stiamo parlando di un paese in cui, a non avere scelta, sono i laureati, quelli che escono dai dottorati e dai master.
In questo paese, quelli che si trovano a dover scegliere tra il lavoro faticoso, quello sporco  e quello sottopagato, sono, in egual misura, quelli che hanno studiato vent'anni. e quelli che hanno abbandonato la scuola.
In egual misura.
Qui sta il problema.
In questo paese non esiste alcun investimento in preparazione che venga poi premiato dalla possibilità di diventare o non diventare "choosy".
La Fornero ha detto questo: che se sei giovane, non puoi essere Choosy, indipendentemente da chi sei, da quanto vali e da quanto hai studiato. 

Allora bisogna dirlo, che se non dobbiamo essere Choosy, allora non dobbiamo neanche studiare.
Perchè, a quel punto, studiare diventa un investimento a perdere.
E' questo quello che vuole dire il Governo della Ministro Ferrero?
Che studiare è un investimento a perdere?
Se è così, che lo dicano.
Che lo dichiari il Ministro dell'istruzione.
Che affermino che l'attuale politica economica impedisce di scegliere la propria vita lavorativa, indipendentemente dai titoli, e che quindi, grazie a tutti, le nuove regole sono queste: una volta conclusa la scuola dell'obbligo, si tenta tutti il terno al lotto. Tu diventi ricercatore biotecnologo, e il tuo compagno di banco sgozzatore di maiali al macello.
Se questo paese avesse una classe politica, il ministro dell'istruzione sconfesserebbe una dichiarazione come quella della Fornero.
Direbbe che no, che non è vero, che studiare per anni ti permetterà di accedere a quella libertà di scelta che, com'è giusto, ti sarà costata fatica e sudore. Che proprio nella possibilità di premiare l'investimento nello studio affonda le sue radici una società almeno un po'  meritocratica.
Invece no.
Dicono che sono stati fraintesi.

Ci pisciano in testa e dicono che piove.

lunedì 6 febbraio 2012

Come nascono i bambini?

Tra i miei bambini meravigliosi, ce ne sono due che mia nonna avrebbe definito Strappabaci.
Lei, straniera, si chiama Giada.
Lui, italiano, si chiama Dennis.
Arrivo a mensa.
" maestra, maestra lo sai??? Sia la mia mamma che quella di Dennis sono incinte!!"
" ma davvero? Che bello! Ma si sono messe d'accordo? - chiedo, ridendo"
" no- risponde giada tutta seria - non credo. Perché la mia mamma è stata male tanto tempo e poi, alla fine, aveva un bambino nella pancia".
Replica Dennis: " invece la mia mamma diverso. Lei, il bambino, l'ha fatto con papà".

martedì 17 gennaio 2012

bambini terra terra

Riunione di un foltissimo gruppo di genitori dei futuri iscritti alla prima.
40 mamme.
1 papà.

I genitori si dividono a metà, tra quelli che vorrebbero il tempo pieno ( che non otterranno, causa tagli Gelmini) e quelli che vogliono 27 ore (cioè 5 mattine e due pomeriggi).

Una mamma difende la sua scelta per le 27 ore più o meno cosi:
"Io non voglio che mio figlio stia a scuola tutti i pomeriggi per fare cose, come avete detto voi, extracurricolari. Io voglio che torni a casa e studi da solo. Perchè è questo che poi gli servirà, alle medie: saper studiare tutte le materie da solo, e essere preparato alle interrogazioni del giorno dopo. Non gli serve stare a scuola, a disegnare o a fare teatro. Voglio che impari il metodo per arrivare alle medie preparato".

Io sono lì e mi immagino questo bambino di cinque anni e mezzo.
Che, tra l'altro, è presemte nella stanza, mentre sua mamma dice che non vuole vederlo perdere tempo a disegnare, perchè poi arriveranno le medie, e lui non sarà preparato ad affrontarle.
Mi immagino che idea avrà, questo bambino, del disegno, del teatro, del gioco e di tutte quelle cose che sua mamma dichiara essere inutili, davanti ad una platea di 40 mamme e 1 papà.
Ma soprattutto penso a questo paese.
In cui le mamme vogliono che i bambini i passino 5 anni a prepararsi per come sarà, quando saranno adoelscenti
E che gli adolescenti passino 3 anni a preparasi a quando saranno giovani
E che i giovani passino 5 anni a prepararsi a quando saranno adulti.
E quando poi diventano adulti?
Saranno finalmente arrivati?
Oppure dovranno passare tutta la vita a prepararsi alla vecchiaia?
E quando saranno vecchi? Non vorremo mica arrivare alla morte senza esserci abbondantemente preparati?

(Che, tra l'altro, lo dimostrano i fatti, non è neanche così.
Questi bambini, super preparati ad affrontare il Mondo del Lavoro - con la maiuscola - arrivano a 19 anni incapaci di affrontare la vita.)

Che tristezza, questo bambino, e tutti gli altri come lui.
Impegnati ad immaginare un futuro spaventoso, fatto di interrogazioni e di agonismo, già a 6 anni.
Senza un disegno, se non come premio per aver imparato tutta la tabellina del due, nella solitudine della loro casa.
Chissà quale mondo ha in testa, quel bambino di cinque anni e mezzo.
E chissà quale mondo si costruirà intorno, una volta raggiunta l'età adulta.

Poveri bambini, condannati ad uno sviluppo orizzontale, così terra terra, invece che ad uno verticale, con i piedi appoggiati saldamente al terreno e la testa fra le nuvole.

mercoledì 5 ottobre 2011

Questo blog è un blog di divulgazione pedagogica e di piccoli aneddoti educativi.
Il blog dell'associazione Prospettiva Ranocchio si trova qui: associazioneprospettivaranocchio
Buona visita!

mercoledì 23 febbraio 2011

la rivolta del piccolo F.

Succede che, a volte, anche l'educazione democratica vada rinegoziata.
E così, dopo 5 mesi di posti a tavola liberi abbiamo ceduto. Basta pane per terra, bambini in piedi, urla, scherzi, lacrime e pianti: abbiamo assegnato noi educatrici i posti fissi a tavola.

Abbiamo disegnato lo schemino, abbiamo assegnato i posti e poi abbiamo convocato una riunione con i nostri bambini.

Noi educatrici abbiamo quindi affermato che, dopo mesi di prove, non accetavamo più la bolgia dei posti liberi e che, quindi, avremmo proposto dei posti, che sarebbero stati obbligatori per un mese.
Scaduto il mese avremmo accettato le loro proposte alternative e, se accettabili, le avremmo messe in pratica.

26 bambini hanno mugugnato, protestato blandamente, accettato supinamente i nuovi posti obbligatori.
Ma il bambino F.
6 anni e mezzo.
Due denti e tre quarti.
Si è alzato in piedi.
Ha alzato il dito indice.
E ha urlato "Nooo. Non dobbiamo accettarlo! Dobbiamo rifiutare questi posti obbligatori!".
E poi si è guardato intorno.
Gli altri 26 bambini non hanno detto niente. Hanno guardato noi con l'aria di chi si aspetta il plotone d'esecuzione. E poi hanno guardato F.
Che si è risieduto e ci ha guardato in silenzio.
E noi, a quel punto, abbiamo confermato che, purtroppo, i posti, per un mese, ormai erano quelli che avevamo deciso noi adulti.

Ma detto fra noi.
Se gli altri 26 bambini avessero supportato la rivolta di F. io, pedagogicamente, mi sarei arresa.
Ma F. da solo, no.
Pedagogicamente, una rivolta solitaria è una rivolta fallita.

Ma detto fra noi.
Sono i bambini come F. che regalano la speranza per il futuro.

martedì 25 gennaio 2011

un nanetto meraviglioso



"Eravamo a Barcellona, con la guerra civile che imperversava, nel 1936. Per gli italiani non era facile, sospettati automaticamente di essere spie fasciste.
Una mattina si ferma, davanti al nostro portone, un furgoncino dei repubblicani antifascisti. Dal furgoncino scendono in quattro e si avvicinano alla porta. Noi eravamo molto spaventati, ma come erano arrivati, i repubblicani se ne andarono senza neanche bussare.
Allora uscimmo, e sul muro di fianco alla porta trovammo questa scritta, in rosso: "Non toccate questa casa, appartiene a Maria Montessori, amica dei bambini".


(Raccontata dal figlio di Maria Montessori, Mario)

sabato 25 settembre 2010

giovedì 26 agosto 2010

il marcio e la muffa educativa



Fine agosto. Piovono progetti, proposte e riunioni budget.
Con l'equipe decidiamo di lavorare due giorni su una proposta per la scuola dell'infanzia, fatta di laboratori artistici liberamente ispirati a Hundertwasser, attenti alla declinazione per le diverse età. Costruiamo una progettazione per i tre anni, una per i quattro, una per i cinque. Materiali di pregio. Formazione per gli insegnanti.
Poi facciamo i conti
Per ogni incontro di due ore, il costo a bambino - per gruppi tra i 10 e i 15 bambini - sarebbe di 6 euro.
Per gruppi da 25 bambini, 4 euro e 50.

Chiamiamo due insegnanti amiche e chiediamo di valutare la cifra.
6 euro? - ci dicono - impossibile!
Come collegio docenti abbiamo deciso di non chiedere mai più di 5 euro alle famiglie, ci dicono. Generalmente, qualsiasi sia la proposta, ci teniamo su una richiesta di 3 euro.
Forse, ma proprio forse, potrebbe passare la vostra proposta per i gruppi da 25. Magari, unendo le classi, potremmo portare il gruppo a 30 e la cifra diventa credibile.

Io, in questi momenti, vorrei fare un altro lavoro, o cambiare paese, o fare la rivoluzione. E poi scrivo un post.

E nel post mi dico.
Innanzitutto, ovviamente, che la scuola pubblica dovrebbe garantire la possiblità, ai bambini, di accedere a delle proposte esterne alla scuola a costo zero. Dovrebbe finanziare - lo stato, dovrebbe - progetti di qualità da portare nelle scuole.
E questo non succede.
Succede parzialmente, molto parzialmente, e comunque la qualità è l'ultimo dei criteri di approvvazione.

In secondo luogo mi dico.
Sia che i soldi vengano dall'alto o che vengano dal basso.
E' davvero accettabile che l'unico modo per contenere i costi sia di alzare il numero di bambini a 20, 30, 35 a laboratorio, mantenendo invariato il numero di adulti e professionisti che lavorerebbero con loro?
Stiamo parlando di bambini di età prescolare.
E' davvero accettabile - io dovrei accettare la proposta pur di fare il mio laboratorio? - che la mia equipe, composta da due persone, possa trovarsi a lavorare con 30 bambini di 3 anni contemporaneamente?
Io dovrei accettarlo? E soprattutto, le maestre dovrebbero davvero propormelo?

Perchè poi qui si esce dal didattico e si entra nel sociale.
Io mi dico.
Tu, maestra, puoi davvero trovare giusto, corretto e altruista nei confronti della famiglia, il fatto di propormi di lavorare con un rapporto 1:15 con bambini di tre anni, per chiedere 1,5€ in meno alla famiglia?
Cosa c'è di sociale, in questo? Di educativo? Di lungimirante?
Perchè può essere accettabile che tu faccia fare una cosa brutta e malriuscita a 30 bambini, pur di tenere i costi ridotti, e ridotti di 1,50€?

Ci sono famiglie povere.
Ci sono famiglie poverissime.
Per queste famiglie è un problema pagare 6€ per un laboratorio all'interno di un servizio già garantito.
Io, come persona, ma anche a nome della mia associazione, sono pronta a concedere tutte le gratuità necessarie a far si che questi bambini abbiano diritto all'acceso al laboratorio.
A fronte di un reale disagio - per cui non richiedo alcuna certificazione, che in Italia non vale nulla, ma basandomi sul giudizio delle maestre e sulla richiesta delle famiglie - io e la mia associazione accettiamo per scelta di andare in passivo della cifra necessaria.
E' una scelta politica.

Ma le altre famiglie.
Anche nei quartieri meno agiati.
Le altre famiglie, 6€ al giorno li spedono, eccome se li spendono, facendo scelte diverse.
Decidono di spenderli per il cibo di marca, per il gratta e vinci, per la ricarica del telefono, per le scarpe con la firma, per un vestito inutile, per un dvd, per un gioco della playstation, per le figurine.
Dico sei euro. Ma ovviamente è molto di più.
Allora, mi dico, è questo il compito della scuola?
E' questo il compito delle maestre?
Accettare che il genitore scelga di non spendere 6 euro per un laboratorio formativo per poter comprare le scarpe firmate?
E' questa la democrazia, ai tempi del consumismo?
Tu fai delle cazzate ma io non posso dirtelo perchè tu hai il diritto di farle?
Qual'è il senso della scuola, a questo punto?
Confermare il messaggio secondo il quale l'importante è spendere meno, indipendentemente dalla qualità, per non dover rinunciare a niente?
Una logica da bancarelle cinesi?

Io, ci sono volte, queste volte, che sono disgustata.
Perchè mi tocca decidere se rifiutare di portare una bella cosa ma male, ai bambini. O accettare di portare una bella cosa ma male, ai bambini.

Tra il marcioeducativo e la muffaeducativa, quello che mi rimane, è la possibilità di scrivere un post.
E non è una bella sensazione.



martedì 4 maggio 2010

Esattamente il contrario



Ci sono dei libri che mi fanno venire voglia di essere una professoressa di italiano.
Li leggo e penso Ah, se avessi una classe mia, questo sarebbe il libro che farei leggere. Di cui leggerei dei pezzi. Che porterei avanti durante l'anno, capitolo per capitolo.
Adesso però ho trovato il libro perfetto.
E' perfetto perchè basta un'ora di lezione per leggerlo tutti insieme.
Oppure può essere un compito, anche da un giorno all'altro, per quanto è breve, per quanto è veloce, per quanto è scorrevole.
Perchè poi non è proprio un libro. E' la trascrizione del discorso fatto da Paolo Nori a Cracovia alle classi che partecipavano all'iniziativa della Fondazione Fossoli "Un treno per Auschwitz".
Si chiama Esattamente il contrario, è appena uscito per Drago edizioni.

E' il libro perfetto per la lezione del Giorno della Memoria.
Ma anche per qualsiasi altro giorno.
E' bellissimo.
E se siete professori.
Se anche non pensate che possa andare bene, una proposta così, all'interno del vostro complicato programma di lezioni, almeno leggetelo voi.
Ci vuole il tempo di un lavatrice.
Ed è un libro a effettosberla
Che nel 2010, scusatemi se è poco.

giovedì 8 aprile 2010

di mense, iscrizioni e diritti



Io credo che dobbiamo smetterla di pensare, e anche un po' di illuderci, che questo governo, che la destra, che un bel pezzo della sinistra ce l'abbia con i migranti.
Non sono i migranti il problema, sono i poveri.
Io credo che sia il momento di dirlo, perchè è importante ricominciare a collocare le cose al posto giusto.

Quando il primo cretino che passa dice Io non sono razzista, io ho anche degli amici neri (o negri, a seconda della raffinatezza) è un cretino, ma non mente.
Perchè anche nei razzisti, la paura la fa la povertà.
Razzisti puri ce n'è, ma non sono quelli del 10% alle elezioni. I leghisti e quelli che votano lega non sono razzisti puri, non sono quelli che pensano che i neri siano inferiori, sono quelli che dicono L'importante è che lavorino.

Dietro a questo pensiero c'è un baratro sociale.
Perchè l'estensione dall'avercela con l'ecuadoriano che non lavora all'avercela con chiunque non sia produttivo, sia emarginato, sia diversamente abile, sia disoccupato, sia semplicemente povero è questione di un attimo.
La storia - terribile e insopportabile - dei bambini esclusi dalla mensa scolastica a Bologna come in Lombardia è emblematica.
Se non puoi permetterti la mensa, se non la paghi, il tuo bambino - attenzione: non tu. Il tuo bambino - lo mandiamo fuori e poi aspettiamo che ce lo riporti alle 14,30 per le lezioni.
Che abbia mangiato.
Che non abbia mangiato.
Che tu lo abbia portato da Mac Donald's.
Che i bambini di tutta la scuola sappiano che è povero, che i suoi genitori non si possono permettere la mensa.
Le conseguenze sociali e psicologiche di questa cosa, sul gruppo, sul singolo, sul messaggio.
Tutte queste cose non sono importanti.
L'importante è che paghi. Come gli altri, ti dicono, facendo finta che questa sia la democrazia.

Ma come siamo arrivati a questo?
Come abbiamo fatto a finire in un paese dove l'emarginazione dei bambini poveri (vale per la mensa, vale per le classi ghetto, vale per le scuole di periferia uccise dai tagli) è quotidianità accettata?
E' successo questo: che abbiamo iniziato a pensare non in termini di diritti, ma di servizi.
I diritti si ottengono.
I servizi si pagano.

Allora, in questo mondo di servizi, il povero fa paura perchè usufruisce di cose che gli altri pagano. E chi paga pensa Ma perchè io devo pagare e lui può averli gratis?
Ma, in questo paese, la scuola è un diritto. Ed è un diritto poter crescere sano e integrato. E' un diritto l'educazione. Ed è un diritto il cibo e l'acqua.
Escludere dei bambini dalla mensa è il primo passo (no, non il primo. Uno dei) per l'emarginazione della povertà.
Per un mondo dove, di nuovo, soltanto i ricchi potranno usufruire di quello che i poveri produrranno per loro.

Io non lo so quanti dei bambini esclusi dalla mensa di Bologna fossero migranti.
Probabilmente molti. Ma questo è irrilevante.
E' importante invece capire cosa abbia portato a questo.
E iniziare ad opporci.
Non è vero che è sbagliato che qualcuno paghi e qualcuno abbia le stesse cose gratis.
E' la base della democrazia, questo.
E' importanti che sia il pubblico ad occuparsi dei diritti, e a garantirli a tutti, proprio perchè soltanto il pubblico può e deve permettersi di andare in perdita, se questo vuol dire garantire un'esistenza degna ai suoi cittadini.
E questo deve valere per tutti i diritti.
La scuola. L'acqua. Gli spazi verdi. L'assegno di disoccupazione. La casa. La sanità.
E' giusto, giustissimo, che qualcuno paghi, qualcuno no, e a tutti sia garantito l'accesso. Perchè la povertà non può e non deve essere causa di esclusione.
E' una forma di razzismo come un'altra e, per altro, incredibilmente più trasversale.

Io credo che sia l'ora di tornare a dire che eliminare dall'accesso ai diritti, i poveri e gli emarginati, è razzismo.
Perchè lo scotto che andremo a pagare, altrimenti è l'emarginazione di interi gruppi sociali, in cui - peraltro - rischiamo di finire anche noi con facilità.
Non è una cosa che riguarda gli altri. Riguarda noi.

E come diceva, tra gli altri, Moni Ovadia fino a poco tempo fa, I diritti si chiamano diritti se sono per tutti. Altrimenti si chiamano privilegi.

martedì 16 febbraio 2010

Rom, lettera delle maestre prima dello sgombero



Le maestre della scuola elementare di via Pini a Milano scrivono ai loro alunni rom, che domani potrebbero di nuovo essere sgomberati.
Oggi questi bambini vivono in una baraccopoli sorta a Segrate, ma il 19 novembre 2009 erano stati mandati via dall'ex edificio Enel di via Rubattino, nel quartiere della scuola di via Pini. Segrate e' l'ultima tappa dei continui sgomberi che hanno subito da allora. Anche domani, probabilmente, vedranno la loro baracca rasa al suolo dalle ruspe. Nonostante tutto, i bambini hanno continuato ad andare a scuola. Spesso sono le maestre ad andarli a prendere nelle loro baracche, costruite di volta in volta in zone diverse di Milano.

Ciao Marius, ciao Cristina, Ana, ciao a voi tutti bambini del campo di Segrate -scrivono le maestre-. Voi non leggerete il nostro saluto sul giornale, perche' i vostri genitori non sanno leggere e il giornale non lo comperano. È proprio per questo che vi hanno iscritti a scuola e che hanno continuato a mandarvi nonostante la loro vita sia difficilissima, perche' sognano di vedervi integrati in questa societa', perche' sognano un futuro in cui voi siate rispettati e possiate veder riconosciute le vostre capacita' e la vostra dignita'. Vi fanno studiare perche' sognano che almeno voi possiate avere un lavoro, una casa e la fiducia degli altri.

Sappiamo quanto siano stati difficili per voi questi mesi: il freddo, tantissimo, gli sgomberi continui che vi hanno costretti ogni volta a perdere tutto e a dormire all'aperto in attesa che i vostri papa' ricostruissero una baracchina, sapendo che le ruspe di li' a poco l'avrebbero di nuovo distrutta insieme a tutto cio' che avete. Le vostre cartelle le abbiamo volute tenere a scuola perche' sappiate che vi aspettiamo sempre, e anche perche' non volevamo che le ruspe che tra pochi giorni raderanno al suolo le vostre casette facessero scempio del vostro lavoro, pieno di entusiasmo e di fatica. Saremo a scuola ad aspettarvi, verremo a prendervi se non potrete venire, non vi lasceremo soli, ne' voi ne' i vostri genitori che abbiamo imparato a stimare e ad apprezzare.

Grazie per essere nostri scolari, per averci insegnato quanta tenacia possa esserci nel voler studiare, grazie ai vostri genitori che vi hanno sempre messi al primo posto e che si sono fidati di noi. I vostri compagni ci chiederanno di voi, molti sapranno gia' perche' ad accompagnarvi non sara' stata la vostra mamma ma la maestra. Che spiegazioni potremo dare loro? E quali potremo dare a voi, che condividete con le vostre classi le regole, l'affetto, la giustizia, la solidarieta': come vi spiegheremo gli sgomberi? Non sappiamo cosa vi spiegheremo, ma di sicuro continueremo ad insegnarvi tante, tante cose, piu' cose che possiamo, perche' domani voi siate in grado di difendervi dall'ingiustizia, perche' i vostri figli siano trattati come bambini, non come bambini rom, colpevoli prima ancora di essere nati.

Vi insegneremo mille parole, centomila parole perche' nessuno possa piu' cercare di annientare chi come voi non ha voce. Ora la vostra voce siamo noi, insieme a tantissimi altri maestri, professori, genitori dei vostri compagni, insieme ai volontari che sono con voi da anni e a tanti amici e abitanti della nostra zona. A presto bambini, a scuola.

Le vostre maestre: Irene Gasparini, Flaviana Robbiati, Stefania Faggi, Ornella Salina, Maria Sciorio, Monica Faccioli".

mercoledì 13 gennaio 2010

RIMA DELLA FELPA (BRUNO TOGNOLINI)

Scusate se non scrivo mai.
Vorrei, dovrei, ma non riesco.
Però ho appena trovato una filastrocca bellissima di Bruno Tognolini e ve la regalo.
Così, per farmi scusare.
Mettiti la felpa, vento della sera
Mettiti la felpa, magico orso bianco
Copriti la testa, mitica pantera
Lupo della steppa non sudare che sei stanco
Saltano i delfini, strisciano i serpenti
Corrono i topini irraggiungibili e contenti
Vola l'uccellino, scavano le talpe
Sudano un casino ma non mettono le felpe
Io son solo umano
Ho gambe da nano
Io non posso correre come quel vento nudo
Perché se corro sudo P
erché se corro cado
Perché se corro chissà dove vado
Sono un bambino umano
Ma non è mia la colpa P
erché mi devo mettere la felpa?

giovedì 26 marzo 2009

Bambini tirannici: una dimostrazione on line

Due settimane dopo il bellissimo seminario del Cppp a Vicenza sul tema della gestione educativa dei bambini tirannici, ancora mi trovo a ripensare agli spunti.
I bambini tirannici sono un fenomeno nuovo, dal punto di vista educativo e sociologico e - tristissimo a dirsi - incredibilmente interessante.
Cosa sia un bambino tirannico è ben riassunto dall'aneddototo raccontato da Daniele Novara:
Mamma - dice il bambino treenne di una coppia in consulenza - mi scaldi il latte?
Un attimo - dice lei - sto facendo una cosa.
Conto fino a tre - risponde allora il bambino - unoooo, dueeee...

Questo è un bambino tirannico.
Il seminario ha fornito spunti per l'analisi delle ragioni che hanno portato alla comparsa del bambino tirannico nelle società occidentali, e ha fornito come possibile risposta educativa quella della creazione di regole chiare e condivise tra l'educatore, o l'insegnante, e il bambino.
Perchè il bambino tirannico è anche un bambino triste.
Il bambino tirannico, sempre per riprendere gli esempi proposti da Daniele Novara, è anche un bambino che dice alla mamma:
Me lo compri?
No, dice la mamma
Ah no? - dice il bambino - Guarda che se non me lo compri stasera lo dico a papà!

I bambini hanno bisogno di regole, perchè è dentro alle regole che ci si forma e si cresce, sentendosi sicuri e rassicurati. La totale mancanza di regole è spaventosa, per un bambino, ben più del mostro nell'armadio.
Perchè le coppie di questa generazione non siano di fatto in grado di assumere un ruolo genitoriale è stato analizzato nel seminario e sarebbe riduttivo riportarlo qui, ma mi permetto di segnalare un sito su cui sono capitata per sbaglio, che credo valga più di centinaia di parole.

Io l'ho trovato guardando le icone su facebook.
Quelle a pagamento, intendo.
Il sito è questo: http://www.francescocunsolo.net/
Permettetemi di fare una boutade: mi ha fatto la stessa impressione che capitare per sbaglio su un sito di pedopornografia.
Francesco ha sei anni.
E ha un sito internet "ufficiale" a suo nome, linkato a pagamento su facebook.
Francesco, dicono i genitori, ha la passione dei gokart e nella galleria fotografica è possibile vederlo ancora con il pannolino, alla guida di una macchinina.
Tra le foto recenti ce n'è una con quella che credo sia sua madre mentre si baciano in bocca vicino ad una pista.
Nella home page è possibile leggere un riassunto evidentemente scritto da un adulto, ma in prima persona, come se a scriverlo fosse Francesco. Si dice che è nato nel 2003 e che, com'è ovvio, avendo sei anni, ha appena iniziato a fare le gare per bambini.
Ma, dice Francesco, "faccio le gare con il mio papà, e vinco sempre io!".

Per dire questo, cioè che Francesco ogni tanto gioca a fare lo scemo con il go kart del papà, i genitori hanno creato un sito web a nome del figlio e hanno comprato un link pubblicitario su facebook.
E ovviamente hanno anche uno sponsor.

Io mi immagino Francesco da grande.
Anzi, non me lo immagino, perchè nessuno sa cosa diventeranno da grandi i bambini tirannici o, in generale, i bambini incapaci di capire il giusto peso delle cose, impossibilitati a rispettare le fasi della crescita, obbligati ad essere le Barbie dei loro genitori infantili.
Però mi sembra che la storia di Francesco sottolinei in maniera disarmante una tristissima verità: abbiamo davanti a noi la prima generazione di bambini costretti a scambiare babbo natale con un go kart.

martedì 25 novembre 2008

LA SALUTE E' UGUALE PER TUTTI


Il Ranocchio appoggia la raccolta firme contro la schifosa proposta della Lega che abolirebbe il diritto all'accesso alle cure mediche per stranieri senza permesso di soggiorno, bambini compresi.

venerdì 7 novembre 2008

"Non mi piacciono le Winx ma a mia figlia le compro lo stesso"

Articolo sul Manifesto del 5 novembre.
Intervista di Manuela Franceschini a Margherita: madre single, figlia della classe media, francamente insopportabile e che adesso non riesce a sopravvivere con i suoi 1200 euro al mese.
Mi concentro su una frase dell'intervista: «Io, oggi, rispetto a mia madre sono costretta a essere un po' più aperta. E francamente penso sia giusto. Anche se non mi piace come vedo crescere tante amiche di mia figlia: così legate a beni di consumo che reputo inutili. Le Winx, per esempio. È una vera fissazione con quel cartone animato. Io ho detto a mia figlia che a me le Winx non piacciono. Credo sia giusto cercare di orientare i figli. Ma un giorno mi ha detto "mamma, a me invece piacciono". E a quel punto gliene ho regalata una. Non voglio che cresca diversamente».

Al di là della marea di contraddizioni che Margherita riesce a montare in un unico concetto, questo della diversità e dell'appartenenza al gruppo è probabilmente il più grande problema educativo che i genitori della nostra generazione si trovino ad affrontare.
Fermo restando che non esiste mai una ricetta educativa assoluta, io rabbrividisco a questa necessaria omologazione a cui gli adulti pensano di dover contribuire per non emarginare il figlio.

Le generazioni precedenti non sono state immuni alla questione.
Il battesimo, ad esempio, ne era un esempio lampante, così come la religione a scuola, la comunione, il catechismo.
"Vorrai mica che sia l'unico a fare attività alternativa?" era la frase preferita dai genitori, agnostici, atei, persino ebrei (perchè mussulmani ancora non ce n'erano) insieme a "Ma sai, i nonni ci tengono tanto".
Ecco quindi il presupposto su cui si basava questa scelta educativa: meglio l'appartenenza al gruppo che l'esempio della coerenza.
Pensare che un bambino non noti la discrepanza tra una famiglia che lo porta ogni giovedi a catechismo e che però non frequenta la chiesa neanche a natale, o ancora che un bambino non soffra davanti ad un prete che gli chiede Ma i tuoi genitori, perchè non si vedono mai?, o meglio che si supponga che tutto questo lo faccia soffrire meno dell'essere l'unico (sempre che poi lo sia) a fare qualcosa di diverso, è preoccupante.

La verità è che non c'è nessuna sicurezza.
Ci sono bambini che soffrono di più per le sue differenze rispetto al gruppo.
Bambini, invece, che impazziscono di fronte all'incoerenza.
Ci sono anche, è evidente, bambini a cui non importa nè una cosa nè l'altra, e bambini che soffrirebbero in entrambi i casi.
E' per questo che un genitore, io credo, dovrebbe scegliere secondo le sue convinzioni, e non secondo quelle degli altri.
A meno che, certo, non scelga di non omologarsi in tutto e per tutto, evitando che una singola differenza possa far stare male il suo bambino.

Ma torniamo alle Winx.
Ecco che, nel 2008, il problema della religione, così forte fino a qualche anno fa, e di nuovo preponderante adesso, soprattutto in alcune scuole e in alcune regioni, torna amplificato per tutto quello che è il marketing per l'infanzia.

Da una quindicina d'anni, i bambini sono stati individuati come i destinatari privilegiati di campagne pubblicitarie e beni di consumo.
Questo non soltanto per quanto riguarda prodotti a loro destinati, ma anche per beni da adulti, come ad esempio le automobili.
Questo perchè un bambino è privo di gran parte del senso critico, non distingue fino ai 5 anni la differenza tra pubblicità e programmi televisivi, e anche successivamente ha maggiori difficoltà di un adulto a capire la distinzione tra realtà e finzione (quest'ultima, caratteristica meravigliosa nei bambini! Fa ancora più rabbia pensarla sfruttata dalle multinazionali).
Inoltre, ovviamente, la richiesta di un bambino, magari accompagnata dai capricci, mette in difficoltà costantemente un genitore, in particolare i genitori di questa generazione, forzatamente assenti dalla famiglia a causa dei ritmi di lavoro, e quindi dominati dal senso di colpa.

Ecco quindi che l'accettazione da parte del gruppo, per un bambino o un adolescente, passa sempre meno attraverso quello che si è (anche se, ovviamente, l'aspetto estetico è diventato preponderante), e si riversa in quello che si ha.
Tutto sembra quindi più facile.
Per far sentire il nostro bambino incluso, sarà meglio una Winx, che il catechismo!?
Evidentemente, no.

Le Winx, così come l'altissima maggioranza dei cartoni animati - che, a differenza degli anni passati non vengono creati per poi diventare oggetti commerciali, ma sono oggetti commerciali sponsorizzati da cartoni animati - sono veicolo di un messaggio, o più messaggi.
Le Winx, ad esempio, sono evidentemente un simbolo di estetica femminile, ma anche portatrici di messaggi (come quelli contenuti nel loro Diario Scolastico, che mi è capitato di sfogliare a scuola) tra cui il fatto che "l'importante è essere amiche. Se non hai amiche sei out", ma anche che "l'aspetto è importante. Cura i tuoi capelli, abbina le scarpe alla borsetta, segui le mode della stagione".
E il target delle Winx è individuato in bambine tra i 3 e i 7 anni!

Ecco quindi che comprare una Winx solo perchè alla bambina piacciono ( e come potrebbero non piacerle? Piacciono a tutte!) è un terrificante fallimento non solo di coerenza, ma di cure parentali.
Dire "a me non piacciono, ma te la compro lo stesso" è un terrificante arrendersi di fronte alle scelte altrui.
Un genitore che decide - sempre parlando, discutendo, spiegando - ma decide, è importantissimo per un bambino.
Un genitore arrendevole, invece, è probabile fonte di paure.
Le statistiche dimostrano la correlazione tra il bullismo adolescenziale e la mancanza di figure di riferimento a cui potersi affidare.

Ipotecare il ruolo di mamma o di papà, per evitare un'ipotetica emarginazione del figlio, è il rischio che ogni genitore in questo momento corre, troppo debole di fronte a un consumismo fortissimo e apparentemente inarrestabile.

venerdì 17 ottobre 2008

CHI NON OCCUPA PREOCCUPA



Neanche a dirlo,
oggi il ranocchio
sostiene con forza
lo sciopero e le occupazioni.

mercoledì 8 ottobre 2008

GIOCHIAMO CHE ERO...


Giochiamo che ero il Ministro della Pubblica Istruzione?
Se io ero il Ministro della Pubblica Istruzione di un paese normale insediato oggi, iniziavo con un'innovazione semplice.

Inizio con un'innovazione piccola, perchè anche per gioco le innovazioni grandi si fanno piano piano, parlandone, discutendo con chi sicuramente ne sa più di noi, facendosi delle domande, ascoltando gli altri.
Ma le cose piccole, quelle si, si possono anche provare a fare da soli.
Così, nel mio gioco, inizio a fare una cosa piccina piccina: introduco a scuola le ore di Scrittura creativa.
Due ore la settimana, dalla prima media alla quinta superiore, ovunque, dal liceo al chimico industriale.
Lo ammetto, non ho inventato niente: in USA esiste, ad esempio. E non solo lì, credo.
Io, questa cosa delle ore di scrittura creativa l'ho scoperta in un libro bellissimo che si chiama Ehi prof.
L'autore è quel Frank Mc Court che è diventato famoso in tutto il mondo con Le ceneri di Angela, che poi ha scritto anche Che paese, l'America! e tutti dicono che è un genio, mica solo io.
Questo signore Frank Mc Court mica è nato scrittore.
E' nato irlandese, innanzitutto.
Poi è emigrato, è arrivato in America, quasi è morto, per fortuna non è morto, ha iniziato a studiare tardissimo e poi, solo dopo millemila lavori è diventato professore.
Professore di scrittura creativa.
E su questa cosa ha scritto il libro Ehi prof.
Prima di essere un insegnante di scrittura creativa, Frank Mc Court è un grande narratore.

Allora io, che oggi sono Ministro della Pubblica Istruzione del mio paese normale inventato, istituisco le ore di scrittura creativa.
E apro il concorso, per diventare professore.

Al concorso non voglio lauree o diplomi abilitanti.
Al concorso voglio che si presenti chiunque, dai 18 anni in su.
I candidati si troveranno davanti una commissione giudicante, la cui età media sarà 16 anni.
Ogni candidato racconterà alla commissione la trama del suo libro preferito.
Potrà citarne dei pezzi, fare le voci, mimare i protagonisti, o semplicemente raccontare.

Io oggi proclamo che il mio Ministero assumerà chiunque farà alzare la commissione dalla sedia con la voglia di leggere il libro che ha raccontato.
Perchè chi sa leggere, ma soprattutto chi sa trasmettere la voglia di leggere, sa anche scrivere.

Faccio una scommessa: scommetto che funzionerà.
Che saranno contenti gli studenti, di questa innovazione. Ma anche gli altri professori, i presidi e anche i genitori.
Sarà una rivoluzione come un pranzo di gala.

Scommetto che i miei assunti saranno giovani, vecchi, solitari, sociali, pelati, rasta, maschi, femmine, topi da biblioteca, animali da palcoscenico, introspettivi, esagitati, con i piercing o con la camicetta stirata.
Saranno professori, ma anche giardinieri o cuochi o baby sitter.
Saranno scappati da scuola a tredici anni oppure plurilaureati.
Scommetto che non ce ne sarà uno uguale all'altro, tra i miei assunti, ma la cosa bellissima sarà che non importerà a nessuno.
Perchè i miei assunti incanteranno gli studenti con Tolstoj o Jonathan Coe, Oscar Wilde o Joseph Roth, Garcia Marquez o Vargas Llosa, Rodari o Checov, Landsdale o Agatha Christie o Benni o Prèvert.
E sarà questo a renderli simili: proporre agli studenti un programma che non c'è, un viaggio nella lettura prima che nella letteratura.

Chi sa raccontare, sa ascoltare.
E' per questo che i miei narratori assunti saranno dei grandi professori di scrittura creativa: perchè ascolteranno, invece di insegnare, e ascoltando scriveranno, insieme ai ragazzi, tutte quelle storie che nella classe ci sono già.
Loro sapranno dove andarle a trovare.

venerdì 3 ottobre 2008

NO, NON SIAMO PICCOLE FRANGE DI ESTREMISTI



Ho i brividi.
Per tante cose, ho i brividi.
E tutte sono racchiuse nell'articolo di oggi sul Manifesto.

Primo brivido.
Le lavagne luminose.
Dice il nano malefico, che i soldi per la scuola non è che non ci sono, anzi, il ritorno al maestro unico permetterà di aiutare lo sviluppo tecnologico dei nostri istituti, dotando ognuno (ma in realtà i fondi ci sono per meno del 10%) di una lavagna luminosa.

Secondo brivido.
Chi produce le lavagne luminose?
La microsoft.

Terzo brivido.
ho visto classi con più bambini che banchi.
ho visto classi con un computer per il bimbo disabile, e il computer era un 386
ho visto classi che risparmiano sui gessi
ho sentito di scuole che propongono il panino al sacco, il venerdi, perchè non possono pagare la mensa
ho visto scuole con l'intonaco a pezzi, con i caloriferi rotti.
Meno male che ci sono i fondi per le lavagne luminose!

Quarto brivido
lavagne luminose a parte, il pacchetto dell'innovazione tecnologica sembra decisamente andare nella direzione delle scuole USA, in cui si sottoscrive un pacchetto con le aziende private: le aziende private offrono programmi didattici, libri scolastici, materiale sportivo, in cambio della visione quotidiana di spot pubblicitari sugli schermi forniti, gentilmente, grazie ai fondi per la tecnologizzazione.

Quinto brivido.
Dai soldi risparmiati verrà tratto un fondo, grazie al quale si premieranno gli insegnanti sulla base della meritocrazia.
Invece di riconoscere il diritto ad uno stipendio adeguato al ruolo fondamentale che gli insegnanti ricoprono, quindi, ecco che arrivano i premi produzione.
Su quali basi verrà giudicato un insegnante?
Non è dato sapere.
Ma quello che è certo, è che si annullerà quello spirito di collaborazione che per ora esiste nelle scuole: se posso avere io i 7000€ di premio, perchè dovrei dividerli con te?
In periodo di vacche magre, ci sono pochi dubbi sulle conseguenze devastanti di una legge che metterebbe tutti contro tutti.

Sesto brivido.
Chi le sa, queste cose?
Chi ne parla?
Ma soprattutto - ultimo brivido - chi le ascolta?

lunedì 29 settembre 2008

I miei sette piccoli ariani, oggi



Ariano 1: a me piace la coppa all'amarena

Ariano 2: a me la coppa al cioccolato

Ariano 3: a me la coppa del nonno

Ariano 4: a me la coppa dei campioni

Ariano 5: a me quella che c'ha la meringa sotto

Ariano 6: a me quella alla stracciatella

Ariano 7: a me piace la coppa di maiale.