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giovedì 26 agosto 2010

il marcio e la muffa educativa



Fine agosto. Piovono progetti, proposte e riunioni budget.
Con l'equipe decidiamo di lavorare due giorni su una proposta per la scuola dell'infanzia, fatta di laboratori artistici liberamente ispirati a Hundertwasser, attenti alla declinazione per le diverse età. Costruiamo una progettazione per i tre anni, una per i quattro, una per i cinque. Materiali di pregio. Formazione per gli insegnanti.
Poi facciamo i conti
Per ogni incontro di due ore, il costo a bambino - per gruppi tra i 10 e i 15 bambini - sarebbe di 6 euro.
Per gruppi da 25 bambini, 4 euro e 50.

Chiamiamo due insegnanti amiche e chiediamo di valutare la cifra.
6 euro? - ci dicono - impossibile!
Come collegio docenti abbiamo deciso di non chiedere mai più di 5 euro alle famiglie, ci dicono. Generalmente, qualsiasi sia la proposta, ci teniamo su una richiesta di 3 euro.
Forse, ma proprio forse, potrebbe passare la vostra proposta per i gruppi da 25. Magari, unendo le classi, potremmo portare il gruppo a 30 e la cifra diventa credibile.

Io, in questi momenti, vorrei fare un altro lavoro, o cambiare paese, o fare la rivoluzione. E poi scrivo un post.

E nel post mi dico.
Innanzitutto, ovviamente, che la scuola pubblica dovrebbe garantire la possiblità, ai bambini, di accedere a delle proposte esterne alla scuola a costo zero. Dovrebbe finanziare - lo stato, dovrebbe - progetti di qualità da portare nelle scuole.
E questo non succede.
Succede parzialmente, molto parzialmente, e comunque la qualità è l'ultimo dei criteri di approvvazione.

In secondo luogo mi dico.
Sia che i soldi vengano dall'alto o che vengano dal basso.
E' davvero accettabile che l'unico modo per contenere i costi sia di alzare il numero di bambini a 20, 30, 35 a laboratorio, mantenendo invariato il numero di adulti e professionisti che lavorerebbero con loro?
Stiamo parlando di bambini di età prescolare.
E' davvero accettabile - io dovrei accettare la proposta pur di fare il mio laboratorio? - che la mia equipe, composta da due persone, possa trovarsi a lavorare con 30 bambini di 3 anni contemporaneamente?
Io dovrei accettarlo? E soprattutto, le maestre dovrebbero davvero propormelo?

Perchè poi qui si esce dal didattico e si entra nel sociale.
Io mi dico.
Tu, maestra, puoi davvero trovare giusto, corretto e altruista nei confronti della famiglia, il fatto di propormi di lavorare con un rapporto 1:15 con bambini di tre anni, per chiedere 1,5€ in meno alla famiglia?
Cosa c'è di sociale, in questo? Di educativo? Di lungimirante?
Perchè può essere accettabile che tu faccia fare una cosa brutta e malriuscita a 30 bambini, pur di tenere i costi ridotti, e ridotti di 1,50€?

Ci sono famiglie povere.
Ci sono famiglie poverissime.
Per queste famiglie è un problema pagare 6€ per un laboratorio all'interno di un servizio già garantito.
Io, come persona, ma anche a nome della mia associazione, sono pronta a concedere tutte le gratuità necessarie a far si che questi bambini abbiano diritto all'acceso al laboratorio.
A fronte di un reale disagio - per cui non richiedo alcuna certificazione, che in Italia non vale nulla, ma basandomi sul giudizio delle maestre e sulla richiesta delle famiglie - io e la mia associazione accettiamo per scelta di andare in passivo della cifra necessaria.
E' una scelta politica.

Ma le altre famiglie.
Anche nei quartieri meno agiati.
Le altre famiglie, 6€ al giorno li spedono, eccome se li spendono, facendo scelte diverse.
Decidono di spenderli per il cibo di marca, per il gratta e vinci, per la ricarica del telefono, per le scarpe con la firma, per un vestito inutile, per un dvd, per un gioco della playstation, per le figurine.
Dico sei euro. Ma ovviamente è molto di più.
Allora, mi dico, è questo il compito della scuola?
E' questo il compito delle maestre?
Accettare che il genitore scelga di non spendere 6 euro per un laboratorio formativo per poter comprare le scarpe firmate?
E' questa la democrazia, ai tempi del consumismo?
Tu fai delle cazzate ma io non posso dirtelo perchè tu hai il diritto di farle?
Qual'è il senso della scuola, a questo punto?
Confermare il messaggio secondo il quale l'importante è spendere meno, indipendentemente dalla qualità, per non dover rinunciare a niente?
Una logica da bancarelle cinesi?

Io, ci sono volte, queste volte, che sono disgustata.
Perchè mi tocca decidere se rifiutare di portare una bella cosa ma male, ai bambini. O accettare di portare una bella cosa ma male, ai bambini.

Tra il marcioeducativo e la muffaeducativa, quello che mi rimane, è la possibilità di scrivere un post.
E non è una bella sensazione.



lunedì 29 settembre 2008

I miei sette piccoli ariani, oggi



Ariano 1: a me piace la coppa all'amarena

Ariano 2: a me la coppa al cioccolato

Ariano 3: a me la coppa del nonno

Ariano 4: a me la coppa dei campioni

Ariano 5: a me quella che c'ha la meringa sotto

Ariano 6: a me quella alla stracciatella

Ariano 7: a me piace la coppa di maiale.

lunedì 15 settembre 2008

UNA VOLTA CHE REPUBBLICA NE FA UNA GIUSTA...IO LA PUBBLICO



Vietato chiamarla materna ("... non è un sostituto della madre"), proibito definirla asilo ("non è un parcheggio..."), corretto invece chiamarla scuola dell'infanzia, è destinata ai più piccoli, dai tre ai sei anni, e in questi giorni molti bambini ne faranno parte per la prima volta, lasceranno la mano dei genitori per varcare spaventati o curiosi il portone, segnando un inizio, passando un confine.
Per circa seicentomila bambini sarà il primo giorno, ma il primo davvero.
Un rito sempre uguale, una sfida che si ripete, ma dimenticate qualsiasi gesto distratto e sbrigativo, abbandonate il ricordo dell'affollamento caotico di quando i bimbi erano tanti, dei pianti disperati di quando le mamme erano sempre a casa con loro.

Perché l'ingresso a scuola non è un più salto nel vuoto, ma l'ultima frontiera di raffinate strategie pedagogiche: ecco le riunioni con le famiglie iniziate già a maggio, gli incontri personalizzati, le accoglienze con palloncini colorati, gli applausi come ad una recita quando si entra. Ecco le classi trasformate in castelli e gli insegnanti che si fingono gnomi.

Mille attenzioni perché i bambini sono sempre più rari e le famiglie spesso sole. "Oggi non si entra più in classe e basta, c'è una strategia dell'accoglienza", spiega Simonetta Salacone, dirigente scolastico. "Noi cominciamo a fare gli incontri con i genitori già l'anno precedente, i bambini poi iniziano scaglionati, a piccoli gruppi, per due settimane avranno un orario ridotto". Strategie, attenzioni per figli iperprotetti e genitori sempre più ansiosi. "Le giovani coppie sono molto più disorientate non sono assistite come un tempo dal clan familiare, prima c'era una competenza che veniva trasmessa in modo naturale. I giovani genitori hanno una grande ansia di capire, magari oggi possono essere coltissimi ma poco attrezzati emotivamente, dobbiamo fare a volte un sostegno alla genitorialità".

"Tutte le fasi di passaggio rappresentano un distacco, i cambiamenti evocano la separazione e quasi nessuno è completamente equipaggiato", aggiunge Daniela Bruno, psicologa che lavora in una scuola dell'infanzia a stretto contatto con le famiglie. "I genitori sono sempre più impreparati, non hanno idea di come si faccia, mancano i modelli e danno ai figli un'attrezzatura esterna di giocattoli, di oggetti ma non interna. Le mamme hanno paura, una paura ragionevole, è importante però non trasmettere a bambini quest'ansia e questa diffidenza perché tutto parte dal messaggio che danno i genitori".

E i bambini? "I bambini di 3 anni sono individualisti e anarchici, spesso figli unici, sono bambini molto curiosi e meno spaventati di un tempo dal trauma del distacco", dice Simonetta Salacone. "Parlano, parlano, sanno un sacco di cose, sono più preparati, hanno molti stimoli e sono anche troppo precoci, hanno però un'abilità motoria ridotta, l'esperienza in un ambiente aperto non ce l'hanno. Ma le nostre maestre sono brave e magicamente in un mese trasformano questo gruppo di anarchici in una classe".

Genitori impegnati, bambini iper-accessoriati, maestre dottissime ma nella scuola che cambia rimane intatta l'emozione del primo giorno.

"È un'avventura che se parte bene darà al bambino una marcia in più anche negli anni che seguiranno", dice Maurizia Butturini, insegnante e tra i responsabili della rivista "Scuola dell'infanzia", edita da Giunti: analisi, percorsi, consigli per una scuola non obbligatoria ma frequentata dal 95 per cento dei bambini. "I piccoli non sono il problema perché loro sono curiosi e pronti a mettersi in gioco se le madri hanno fiducia. Per questo gran parte del nostro compito è rassicurare i genitori, magari presi da sensi di colpa quando c'è il tempo prolungato".

"Noi diciamo che entrano insieme il bambino e l'adulto", spiega Paola Cagliari, responsabile della scuola per l'infanzia di Reggio Emilia, un'esperienza diventata modello internazionale. "I più tesi, i più emozionati sono gli adulti che devono accettare che i loro figli seguano regole a volte diverse da quelle di casa. Ma sono lontani i tempi di quando i bambini si mandavano "purtroppo" all'asilo, oggi anche i più piccoli hanno diritto ad una scuola che non sostituisca la relazione con la madre ma sia pensata solo per loro".
(Marina Cavallieri)