martedì 4 maggio 2010

Esattamente il contrario



Ci sono dei libri che mi fanno venire voglia di essere una professoressa di italiano.
Li leggo e penso Ah, se avessi una classe mia, questo sarebbe il libro che farei leggere. Di cui leggerei dei pezzi. Che porterei avanti durante l'anno, capitolo per capitolo.
Adesso però ho trovato il libro perfetto.
E' perfetto perchè basta un'ora di lezione per leggerlo tutti insieme.
Oppure può essere un compito, anche da un giorno all'altro, per quanto è breve, per quanto è veloce, per quanto è scorrevole.
Perchè poi non è proprio un libro. E' la trascrizione del discorso fatto da Paolo Nori a Cracovia alle classi che partecipavano all'iniziativa della Fondazione Fossoli "Un treno per Auschwitz".
Si chiama Esattamente il contrario, è appena uscito per Drago edizioni.

E' il libro perfetto per la lezione del Giorno della Memoria.
Ma anche per qualsiasi altro giorno.
E' bellissimo.
E se siete professori.
Se anche non pensate che possa andare bene, una proposta così, all'interno del vostro complicato programma di lezioni, almeno leggetelo voi.
Ci vuole il tempo di un lavatrice.
Ed è un libro a effettosberla
Che nel 2010, scusatemi se è poco.

giovedì 8 aprile 2010

di mense, iscrizioni e diritti



Io credo che dobbiamo smetterla di pensare, e anche un po' di illuderci, che questo governo, che la destra, che un bel pezzo della sinistra ce l'abbia con i migranti.
Non sono i migranti il problema, sono i poveri.
Io credo che sia il momento di dirlo, perchè è importante ricominciare a collocare le cose al posto giusto.

Quando il primo cretino che passa dice Io non sono razzista, io ho anche degli amici neri (o negri, a seconda della raffinatezza) è un cretino, ma non mente.
Perchè anche nei razzisti, la paura la fa la povertà.
Razzisti puri ce n'è, ma non sono quelli del 10% alle elezioni. I leghisti e quelli che votano lega non sono razzisti puri, non sono quelli che pensano che i neri siano inferiori, sono quelli che dicono L'importante è che lavorino.

Dietro a questo pensiero c'è un baratro sociale.
Perchè l'estensione dall'avercela con l'ecuadoriano che non lavora all'avercela con chiunque non sia produttivo, sia emarginato, sia diversamente abile, sia disoccupato, sia semplicemente povero è questione di un attimo.
La storia - terribile e insopportabile - dei bambini esclusi dalla mensa scolastica a Bologna come in Lombardia è emblematica.
Se non puoi permetterti la mensa, se non la paghi, il tuo bambino - attenzione: non tu. Il tuo bambino - lo mandiamo fuori e poi aspettiamo che ce lo riporti alle 14,30 per le lezioni.
Che abbia mangiato.
Che non abbia mangiato.
Che tu lo abbia portato da Mac Donald's.
Che i bambini di tutta la scuola sappiano che è povero, che i suoi genitori non si possono permettere la mensa.
Le conseguenze sociali e psicologiche di questa cosa, sul gruppo, sul singolo, sul messaggio.
Tutte queste cose non sono importanti.
L'importante è che paghi. Come gli altri, ti dicono, facendo finta che questa sia la democrazia.

Ma come siamo arrivati a questo?
Come abbiamo fatto a finire in un paese dove l'emarginazione dei bambini poveri (vale per la mensa, vale per le classi ghetto, vale per le scuole di periferia uccise dai tagli) è quotidianità accettata?
E' successo questo: che abbiamo iniziato a pensare non in termini di diritti, ma di servizi.
I diritti si ottengono.
I servizi si pagano.

Allora, in questo mondo di servizi, il povero fa paura perchè usufruisce di cose che gli altri pagano. E chi paga pensa Ma perchè io devo pagare e lui può averli gratis?
Ma, in questo paese, la scuola è un diritto. Ed è un diritto poter crescere sano e integrato. E' un diritto l'educazione. Ed è un diritto il cibo e l'acqua.
Escludere dei bambini dalla mensa è il primo passo (no, non il primo. Uno dei) per l'emarginazione della povertà.
Per un mondo dove, di nuovo, soltanto i ricchi potranno usufruire di quello che i poveri produrranno per loro.

Io non lo so quanti dei bambini esclusi dalla mensa di Bologna fossero migranti.
Probabilmente molti. Ma questo è irrilevante.
E' importante invece capire cosa abbia portato a questo.
E iniziare ad opporci.
Non è vero che è sbagliato che qualcuno paghi e qualcuno abbia le stesse cose gratis.
E' la base della democrazia, questo.
E' importanti che sia il pubblico ad occuparsi dei diritti, e a garantirli a tutti, proprio perchè soltanto il pubblico può e deve permettersi di andare in perdita, se questo vuol dire garantire un'esistenza degna ai suoi cittadini.
E questo deve valere per tutti i diritti.
La scuola. L'acqua. Gli spazi verdi. L'assegno di disoccupazione. La casa. La sanità.
E' giusto, giustissimo, che qualcuno paghi, qualcuno no, e a tutti sia garantito l'accesso. Perchè la povertà non può e non deve essere causa di esclusione.
E' una forma di razzismo come un'altra e, per altro, incredibilmente più trasversale.

Io credo che sia l'ora di tornare a dire che eliminare dall'accesso ai diritti, i poveri e gli emarginati, è razzismo.
Perchè lo scotto che andremo a pagare, altrimenti è l'emarginazione di interi gruppi sociali, in cui - peraltro - rischiamo di finire anche noi con facilità.
Non è una cosa che riguarda gli altri. Riguarda noi.

E come diceva, tra gli altri, Moni Ovadia fino a poco tempo fa, I diritti si chiamano diritti se sono per tutti. Altrimenti si chiamano privilegi.

martedì 16 febbraio 2010

Rom, lettera delle maestre prima dello sgombero



Le maestre della scuola elementare di via Pini a Milano scrivono ai loro alunni rom, che domani potrebbero di nuovo essere sgomberati.
Oggi questi bambini vivono in una baraccopoli sorta a Segrate, ma il 19 novembre 2009 erano stati mandati via dall'ex edificio Enel di via Rubattino, nel quartiere della scuola di via Pini. Segrate e' l'ultima tappa dei continui sgomberi che hanno subito da allora. Anche domani, probabilmente, vedranno la loro baracca rasa al suolo dalle ruspe. Nonostante tutto, i bambini hanno continuato ad andare a scuola. Spesso sono le maestre ad andarli a prendere nelle loro baracche, costruite di volta in volta in zone diverse di Milano.

Ciao Marius, ciao Cristina, Ana, ciao a voi tutti bambini del campo di Segrate -scrivono le maestre-. Voi non leggerete il nostro saluto sul giornale, perche' i vostri genitori non sanno leggere e il giornale non lo comperano. È proprio per questo che vi hanno iscritti a scuola e che hanno continuato a mandarvi nonostante la loro vita sia difficilissima, perche' sognano di vedervi integrati in questa societa', perche' sognano un futuro in cui voi siate rispettati e possiate veder riconosciute le vostre capacita' e la vostra dignita'. Vi fanno studiare perche' sognano che almeno voi possiate avere un lavoro, una casa e la fiducia degli altri.

Sappiamo quanto siano stati difficili per voi questi mesi: il freddo, tantissimo, gli sgomberi continui che vi hanno costretti ogni volta a perdere tutto e a dormire all'aperto in attesa che i vostri papa' ricostruissero una baracchina, sapendo che le ruspe di li' a poco l'avrebbero di nuovo distrutta insieme a tutto cio' che avete. Le vostre cartelle le abbiamo volute tenere a scuola perche' sappiate che vi aspettiamo sempre, e anche perche' non volevamo che le ruspe che tra pochi giorni raderanno al suolo le vostre casette facessero scempio del vostro lavoro, pieno di entusiasmo e di fatica. Saremo a scuola ad aspettarvi, verremo a prendervi se non potrete venire, non vi lasceremo soli, ne' voi ne' i vostri genitori che abbiamo imparato a stimare e ad apprezzare.

Grazie per essere nostri scolari, per averci insegnato quanta tenacia possa esserci nel voler studiare, grazie ai vostri genitori che vi hanno sempre messi al primo posto e che si sono fidati di noi. I vostri compagni ci chiederanno di voi, molti sapranno gia' perche' ad accompagnarvi non sara' stata la vostra mamma ma la maestra. Che spiegazioni potremo dare loro? E quali potremo dare a voi, che condividete con le vostre classi le regole, l'affetto, la giustizia, la solidarieta': come vi spiegheremo gli sgomberi? Non sappiamo cosa vi spiegheremo, ma di sicuro continueremo ad insegnarvi tante, tante cose, piu' cose che possiamo, perche' domani voi siate in grado di difendervi dall'ingiustizia, perche' i vostri figli siano trattati come bambini, non come bambini rom, colpevoli prima ancora di essere nati.

Vi insegneremo mille parole, centomila parole perche' nessuno possa piu' cercare di annientare chi come voi non ha voce. Ora la vostra voce siamo noi, insieme a tantissimi altri maestri, professori, genitori dei vostri compagni, insieme ai volontari che sono con voi da anni e a tanti amici e abitanti della nostra zona. A presto bambini, a scuola.

Le vostre maestre: Irene Gasparini, Flaviana Robbiati, Stefania Faggi, Ornella Salina, Maria Sciorio, Monica Faccioli".

mercoledì 13 gennaio 2010

RIMA DELLA FELPA (BRUNO TOGNOLINI)

Scusate se non scrivo mai.
Vorrei, dovrei, ma non riesco.
Però ho appena trovato una filastrocca bellissima di Bruno Tognolini e ve la regalo.
Così, per farmi scusare.
Mettiti la felpa, vento della sera
Mettiti la felpa, magico orso bianco
Copriti la testa, mitica pantera
Lupo della steppa non sudare che sei stanco
Saltano i delfini, strisciano i serpenti
Corrono i topini irraggiungibili e contenti
Vola l'uccellino, scavano le talpe
Sudano un casino ma non mettono le felpe
Io son solo umano
Ho gambe da nano
Io non posso correre come quel vento nudo
Perché se corro sudo P
erché se corro cado
Perché se corro chissà dove vado
Sono un bambino umano
Ma non è mia la colpa P
erché mi devo mettere la felpa?

giovedì 26 marzo 2009

Bambini tirannici: una dimostrazione on line

Due settimane dopo il bellissimo seminario del Cppp a Vicenza sul tema della gestione educativa dei bambini tirannici, ancora mi trovo a ripensare agli spunti.
I bambini tirannici sono un fenomeno nuovo, dal punto di vista educativo e sociologico e - tristissimo a dirsi - incredibilmente interessante.
Cosa sia un bambino tirannico è ben riassunto dall'aneddototo raccontato da Daniele Novara:
Mamma - dice il bambino treenne di una coppia in consulenza - mi scaldi il latte?
Un attimo - dice lei - sto facendo una cosa.
Conto fino a tre - risponde allora il bambino - unoooo, dueeee...

Questo è un bambino tirannico.
Il seminario ha fornito spunti per l'analisi delle ragioni che hanno portato alla comparsa del bambino tirannico nelle società occidentali, e ha fornito come possibile risposta educativa quella della creazione di regole chiare e condivise tra l'educatore, o l'insegnante, e il bambino.
Perchè il bambino tirannico è anche un bambino triste.
Il bambino tirannico, sempre per riprendere gli esempi proposti da Daniele Novara, è anche un bambino che dice alla mamma:
Me lo compri?
No, dice la mamma
Ah no? - dice il bambino - Guarda che se non me lo compri stasera lo dico a papà!

I bambini hanno bisogno di regole, perchè è dentro alle regole che ci si forma e si cresce, sentendosi sicuri e rassicurati. La totale mancanza di regole è spaventosa, per un bambino, ben più del mostro nell'armadio.
Perchè le coppie di questa generazione non siano di fatto in grado di assumere un ruolo genitoriale è stato analizzato nel seminario e sarebbe riduttivo riportarlo qui, ma mi permetto di segnalare un sito su cui sono capitata per sbaglio, che credo valga più di centinaia di parole.

Io l'ho trovato guardando le icone su facebook.
Quelle a pagamento, intendo.
Il sito è questo: http://www.francescocunsolo.net/
Permettetemi di fare una boutade: mi ha fatto la stessa impressione che capitare per sbaglio su un sito di pedopornografia.
Francesco ha sei anni.
E ha un sito internet "ufficiale" a suo nome, linkato a pagamento su facebook.
Francesco, dicono i genitori, ha la passione dei gokart e nella galleria fotografica è possibile vederlo ancora con il pannolino, alla guida di una macchinina.
Tra le foto recenti ce n'è una con quella che credo sia sua madre mentre si baciano in bocca vicino ad una pista.
Nella home page è possibile leggere un riassunto evidentemente scritto da un adulto, ma in prima persona, come se a scriverlo fosse Francesco. Si dice che è nato nel 2003 e che, com'è ovvio, avendo sei anni, ha appena iniziato a fare le gare per bambini.
Ma, dice Francesco, "faccio le gare con il mio papà, e vinco sempre io!".

Per dire questo, cioè che Francesco ogni tanto gioca a fare lo scemo con il go kart del papà, i genitori hanno creato un sito web a nome del figlio e hanno comprato un link pubblicitario su facebook.
E ovviamente hanno anche uno sponsor.

Io mi immagino Francesco da grande.
Anzi, non me lo immagino, perchè nessuno sa cosa diventeranno da grandi i bambini tirannici o, in generale, i bambini incapaci di capire il giusto peso delle cose, impossibilitati a rispettare le fasi della crescita, obbligati ad essere le Barbie dei loro genitori infantili.
Però mi sembra che la storia di Francesco sottolinei in maniera disarmante una tristissima verità: abbiamo davanti a noi la prima generazione di bambini costretti a scambiare babbo natale con un go kart.

martedì 25 novembre 2008

LA SALUTE E' UGUALE PER TUTTI


Il Ranocchio appoggia la raccolta firme contro la schifosa proposta della Lega che abolirebbe il diritto all'accesso alle cure mediche per stranieri senza permesso di soggiorno, bambini compresi.

venerdì 7 novembre 2008

"Non mi piacciono le Winx ma a mia figlia le compro lo stesso"

Articolo sul Manifesto del 5 novembre.
Intervista di Manuela Franceschini a Margherita: madre single, figlia della classe media, francamente insopportabile e che adesso non riesce a sopravvivere con i suoi 1200 euro al mese.
Mi concentro su una frase dell'intervista: «Io, oggi, rispetto a mia madre sono costretta a essere un po' più aperta. E francamente penso sia giusto. Anche se non mi piace come vedo crescere tante amiche di mia figlia: così legate a beni di consumo che reputo inutili. Le Winx, per esempio. È una vera fissazione con quel cartone animato. Io ho detto a mia figlia che a me le Winx non piacciono. Credo sia giusto cercare di orientare i figli. Ma un giorno mi ha detto "mamma, a me invece piacciono". E a quel punto gliene ho regalata una. Non voglio che cresca diversamente».

Al di là della marea di contraddizioni che Margherita riesce a montare in un unico concetto, questo della diversità e dell'appartenenza al gruppo è probabilmente il più grande problema educativo che i genitori della nostra generazione si trovino ad affrontare.
Fermo restando che non esiste mai una ricetta educativa assoluta, io rabbrividisco a questa necessaria omologazione a cui gli adulti pensano di dover contribuire per non emarginare il figlio.

Le generazioni precedenti non sono state immuni alla questione.
Il battesimo, ad esempio, ne era un esempio lampante, così come la religione a scuola, la comunione, il catechismo.
"Vorrai mica che sia l'unico a fare attività alternativa?" era la frase preferita dai genitori, agnostici, atei, persino ebrei (perchè mussulmani ancora non ce n'erano) insieme a "Ma sai, i nonni ci tengono tanto".
Ecco quindi il presupposto su cui si basava questa scelta educativa: meglio l'appartenenza al gruppo che l'esempio della coerenza.
Pensare che un bambino non noti la discrepanza tra una famiglia che lo porta ogni giovedi a catechismo e che però non frequenta la chiesa neanche a natale, o ancora che un bambino non soffra davanti ad un prete che gli chiede Ma i tuoi genitori, perchè non si vedono mai?, o meglio che si supponga che tutto questo lo faccia soffrire meno dell'essere l'unico (sempre che poi lo sia) a fare qualcosa di diverso, è preoccupante.

La verità è che non c'è nessuna sicurezza.
Ci sono bambini che soffrono di più per le sue differenze rispetto al gruppo.
Bambini, invece, che impazziscono di fronte all'incoerenza.
Ci sono anche, è evidente, bambini a cui non importa nè una cosa nè l'altra, e bambini che soffrirebbero in entrambi i casi.
E' per questo che un genitore, io credo, dovrebbe scegliere secondo le sue convinzioni, e non secondo quelle degli altri.
A meno che, certo, non scelga di non omologarsi in tutto e per tutto, evitando che una singola differenza possa far stare male il suo bambino.

Ma torniamo alle Winx.
Ecco che, nel 2008, il problema della religione, così forte fino a qualche anno fa, e di nuovo preponderante adesso, soprattutto in alcune scuole e in alcune regioni, torna amplificato per tutto quello che è il marketing per l'infanzia.

Da una quindicina d'anni, i bambini sono stati individuati come i destinatari privilegiati di campagne pubblicitarie e beni di consumo.
Questo non soltanto per quanto riguarda prodotti a loro destinati, ma anche per beni da adulti, come ad esempio le automobili.
Questo perchè un bambino è privo di gran parte del senso critico, non distingue fino ai 5 anni la differenza tra pubblicità e programmi televisivi, e anche successivamente ha maggiori difficoltà di un adulto a capire la distinzione tra realtà e finzione (quest'ultima, caratteristica meravigliosa nei bambini! Fa ancora più rabbia pensarla sfruttata dalle multinazionali).
Inoltre, ovviamente, la richiesta di un bambino, magari accompagnata dai capricci, mette in difficoltà costantemente un genitore, in particolare i genitori di questa generazione, forzatamente assenti dalla famiglia a causa dei ritmi di lavoro, e quindi dominati dal senso di colpa.

Ecco quindi che l'accettazione da parte del gruppo, per un bambino o un adolescente, passa sempre meno attraverso quello che si è (anche se, ovviamente, l'aspetto estetico è diventato preponderante), e si riversa in quello che si ha.
Tutto sembra quindi più facile.
Per far sentire il nostro bambino incluso, sarà meglio una Winx, che il catechismo!?
Evidentemente, no.

Le Winx, così come l'altissima maggioranza dei cartoni animati - che, a differenza degli anni passati non vengono creati per poi diventare oggetti commerciali, ma sono oggetti commerciali sponsorizzati da cartoni animati - sono veicolo di un messaggio, o più messaggi.
Le Winx, ad esempio, sono evidentemente un simbolo di estetica femminile, ma anche portatrici di messaggi (come quelli contenuti nel loro Diario Scolastico, che mi è capitato di sfogliare a scuola) tra cui il fatto che "l'importante è essere amiche. Se non hai amiche sei out", ma anche che "l'aspetto è importante. Cura i tuoi capelli, abbina le scarpe alla borsetta, segui le mode della stagione".
E il target delle Winx è individuato in bambine tra i 3 e i 7 anni!

Ecco quindi che comprare una Winx solo perchè alla bambina piacciono ( e come potrebbero non piacerle? Piacciono a tutte!) è un terrificante fallimento non solo di coerenza, ma di cure parentali.
Dire "a me non piacciono, ma te la compro lo stesso" è un terrificante arrendersi di fronte alle scelte altrui.
Un genitore che decide - sempre parlando, discutendo, spiegando - ma decide, è importantissimo per un bambino.
Un genitore arrendevole, invece, è probabile fonte di paure.
Le statistiche dimostrano la correlazione tra il bullismo adolescenziale e la mancanza di figure di riferimento a cui potersi affidare.

Ipotecare il ruolo di mamma o di papà, per evitare un'ipotetica emarginazione del figlio, è il rischio che ogni genitore in questo momento corre, troppo debole di fronte a un consumismo fortissimo e apparentemente inarrestabile.